11 Maggio 2026

«Lourdes è una casa in cui tornare»: la Messa internazionale

 

«Durante la tredicesima apparizione, il 2 marzo 1858, Maria si rivolge a Bernadette dicendole: “Vada a dire ai sacerdoti che si costruisca qui una cappella e che vi si venga in processione”. Se siamo qui, a distanza di 165 anni, è perché ben più di una cappella è stata costruita; questo è un luogo che parla a tutti, che parla al cuore, che ci invita a costruire su solide fondamenta. La roccia della grotta di Massabielle è insieme solidità e riparo, fortezza e tenda. Per tutti, questo luogo, è una “casa” in cui torniamo sempre volentieri, sapendo che c’è una madre ad aspettarci». È il terzo giorno del pellegrinaggio diocesano a Lourdes (mercoledì 30 agosto) e il cardinale vicario Angelo De Donatis, presiedendo la Messa internazionale, condensa in poche parole il senso di questo cammino.

«Il pellegrinaggio a Lourdes – spiega nell’omelia – per fare una verifica sulla stabilità della nostra casa, sul tempio che è la nostra vita. Occorre controllare se si sono verificate crepe, se c’è qualcosa da aggiustare. Sicuramente occorre chiedere il perdono, vivendo una bella confessione con il sacramento della riconciliazione, per rendere di nuovo pulita questa casa. Essere qui, inoltre, pur provenendo da storie e da paesi tanto diversi, significa riconoscere la bellezza della Chiesa come unico splendido tempio, casa sulla roccia che vuole essere aperta per quanti domandano asilo, accoglienza, fraternità. Essere qui, infine, è un invito a verificare se questa casa, che sia la nostra vita o la Chiesa, ha come base Gesù che la tiene unita».

Proprio per questo i partecipanti sono tutti degli «affezionati del pellegrinaggio diocesano e sono stati già a Lourdes, anche più volte», racconta don Savino Lombardi, assistente spirituale dell’Opera Romana Pellegrinaggi. «È un appuntamento che piace, che porta serenità, che fa comunità diocesana», aggiunge. C’è chi viene da trent’anni, come una coppia di anziani coniugi, nonni, che quest’anno hanno deciso di coinvolgere anche la nipotina Ilaria, sedicenne. «In realtà anche io sono stata già a Lourdes una volta, ma avevo solo 2 anni e non ricordo nulla – sottolinea la giovane –. Ora sto vivendo tutto con consapevolezza, sto facendo tante esperienze nuove. Durante la Messa di questa mattina ho anche portato una delle bandiere al momento dell’Eucarestia». Con lei anche la zia Mariarita: «A Lourdes mi colpisce sempre la grande fede di tutti i pellegrini».

Leggi l’omelia integrale del cardinale De Donatis

30 agosto 2023

Piena solidarietà a don Antonio Coluccia: la dichiarazione del vicegerente monsignor Reina

Il vescovo Baldo Reina (foto DiocesiDiRoma/Gennari)

«A nome della Diocesi di Roma esprimo a don Antonio Coluccia e agli uomini della sua scorta piena solidarietà per quanto avvenuto ieri, 29 agosto, nel quartiere di Tor Bella Monaca. Don Antonio ormai da diversi anni svolge il suo servizio pastorale mettendosi accanto ai giovani che vivono il disagio delle dipendenze da droghe, facendo sentire la sua voce contro coloro che continuano a seminare morte e a spacciare l’inganno. Atti intimidatori come quello consumato ieri non scoraggeranno don Antonio nella sua delicata missione. Tuttavia, quanto accaduto, interpella in modo forte la comunità civile e l’impegno dei singoli credenti. È bene che da parte di tutti si alzi un grido coraggioso contro ogni scelta che minaccia la vita dei nostri ragazzi. Il tempo che stiamo per vivere, con la diffusione sempre più dilagante di sostanze tossiche richiede uno sforzo corale affinché sia affermata la dignità della vita umana, ai ragazzi siano garantiti contesti sani e sicuri e sia presa sul serio la sfida educativa, consapevoli del tesoro immenso dei giovani per il presente e per il futuro della nostra società».

Così dichiara il vicegerente della diocesi di Roma, il vescovo Baldo Reina. Don Coluccia, ieri, stava partecipando a una marcia per la legalità a Tor Bella Monaca quando è stato affiancato da un uomo in scooter che, dopo averlo riconosciuto, ha tentato di investirlo. È stato invece colpito un agente della sua scorta. Nella concitazione la Polizia ha esploso un colpo di pistola che ha ferito l’aggressore a un avambraccio.

30 agosto 2023

Torna a Genzano il Villaggio Oratorio

Foto DiocesiDiRoma/Gennari

Giovani ed adolescenti degli oratori di Roma si ritroveranno ancora una volta il prossimo 30 agosto a Genzano per l’appuntamento con “Villaggio Oratorio”, l’esperienza di formazione estiva che tradizionalmente chiude l’estate degli animatori e apre in qualche modo il nuovo anno oratoriano con un percorso di crescita spirituale, teologica e metodologica, ideato, realizzato e coordinato dal Centro Oratori Romani. L’associazione romana, fondata dal venerabile Arnaldo Canepa, da quasi 80 anni offre questa opportunità a catechisti ed animatori delle parrocchie romane per favorire una formazione al servizio in oratorio insieme ad una intensa esperienza comunitaria.

«Obiettivo primario è quello di accompagnare gli animatori nella relazione con Cristo per scoprire la bellezza e l’amore per l’oratorio – spiega la vicepresidente Micaela Castro –. Già da qualche anno la scelta del Cor è stata quella di un grande “villaggio” dove tutti i ragazzi, dai preadolescenti dei primi anni di liceo ai giovani universitari, possano vivere la formazione all’interno di un progetto che preveda momenti specifici per le varie fasce di età, ma anche esperienze comuni che vedano insieme le varie componenti della comunità dell’oratorio. Questa scelta, insieme ad un intenso lavoro sui territori delle varie prefetture della diocesi di Roma negli ultimi due anni, ha consentito la realizzazione di una ampia rete di contatti e di scambio fra gli oratori delle stesse zone della città, esperienza che sta arricchendo e rinforzando la proposta oratoriana di molte comunità, creando occasioni di incontro, di cammino, di formazione e di conoscenza reciproca».

«L’idea di un Villaggio si inserisce nella dinamica di cammino comunitario che cerchiamo di portare avanti sui territori – precisa il presidente Stefano Pichierri –. Un momento centrale ed unico per tutti i ragazzi e giovani che si stanno appassionando al servizio in oratorio, per scoprire e riscoprire la loro fede in una ottica di servizio ai più piccoli. Insieme agli altri coetanei e con percorsi a loro adatti, i ragazzi rafforzano il senso di appartenenza alla Chiesa…direi che si sentono Chiesa. Si uniscono e scambiano esperienze e momenti di formazione preziosi, da riportare nelle proprie zone di provenienza. Da sempre per ciascuno di noi, un momento di grazia. Speriamo lo sia per i partecipanti anche quest’anno».

A “Villaggio Oratorio 2023”, che durerà fino al 3 settembre e si concluderà con la solenne celebrazione eucaristica presieduta dal vescovo ausiliare del settore Nord monsignor Daniele Salera, seguirà una esperienza di un weekend (23 e 24 settembre a Velletri) per sacerdoti, giovani e adulti responsabili di oratorio. La proposta intende fornire formazione ma anche momenti di confronto e di progettazione guidati dalla riflessione offerta da don Paolo Asolan. Il workshop porrà al centro il discernimento spirituale come categoria-chiave della progettazione pastorale, un percorso per aiutare le comunità cristiane ad accompagnare i ragazzi nel cammino della vita e nella loro esperienza oratoriana nel nuovo anno pastorale che sta per aprirsi.

Per informazioni e iscrizioni, contattare la segreteria del Cor: tel. 06 69886406 ‐ fax 06 92912662 – email: cor@diocesidiroma.it

28 agosto 2023

L’esempio di Maria: il secondo giorno di pellegrinaggio a Lourdes

“Eccomi”, dice Maria. “Sia fatta la tua volontà”, aggiunge. Parole che dovremmo fare nostre e che il cardinale vicario Angelo De Donatis mette al centro della Messa presieduta questa mattina (martedì 29 agosto) alla Grotta delle Apparizioni, a Lourdes. Il porporato guida il pellegrinaggio diocesano, organizzato dall’Opera Romana Pellegrinaggi, iniziato ieri e che si concluderà venerdì primo settembre.

«“Eccomi” è la parola che Dio attende dalle nostre labbra e dal nostro cuore – dice il cardinale De Donatis nell’omelia –. “Eccomi” significa uscire fuori, non nascondersi, rompere le righe della fila e rendersi disponibili per qualsiasi missione Dio ci chiederà. Come è accaduto a Bernadette, davanti alla richiesta grande di andare dai sacerdoti per chiedere loro di costruire una cappella. Come poteva una ragazzina povera e analfabeta andare a domandare qualcosa del genere?».

Quindi un pensiero per i presbiteri: «Vorrei allora rivolgermi proprio ai sacerdoti, in questo momento – spiega –. La parola “Eccomi” ha scandito tanti passi del nostro cammino vocazionale e di ministero. Questa parola forse oggi è in particolare per noi, chiamati ad ascoltare la gente, a raccogliere le loro fatiche, a curare le loro ferite. Forse sarà capitato anche a noi di non dare retta inizialmente ad alcune richieste arrivate da persone semplici come Bernadette. Ma essere qui ci ricorda che Dio spesso ci parla con la voce dei semplici. È dai semplici, dai piccoli, dai poveri, che Dio ci chiede ancora di costruire una cappella, cioè di aiutare le persone ad incontrare il Signore. La grotta di Lourdes ci invita a continuare ad essere maestri di ascolto e di preghiera. In mezzo alle nostre tante attività pastorali, sia primaria la nostra preghiera e l’impegno ad aiutare a pregare».

L’esempio della Vergine Maria deve portare anche a dire “Fiat, sia fatta la tua volontà”. «In forza del “fiat” di Maria anche noi – dice il cardinale vicario –, pure in questi tempi difficili, possiamo ancora dire sì al Signore. Sì, o mio Signore, cammineremo nell’Amore, nel modo che tu ci hai amato dando te stesso per noi; sì, ti seguiremo dovunque tu andrai, ti costruiremo una cappella, uno spazio del cuore per servirti e per servire. (…) Maria a Lourdes, in questa grotta, ci parla di un Dio sempre vicino, crocifisso con noi nelle nostre pene, e poi motivo di canto per la nostra danza. Fa’, o Maria, che possiamo rallegrarci sempre della tua presenza perché troviamo in te tutte le sorgenti della grazia».

Gruppi di parrocchie, famiglie, coppie, ma anche persone sole: eterogeneo il gruppo che partecipa al pellegrinaggio diocesano. In tanti sono degli affezionati a questo tradizionale appuntamento di fine agosto che, come sottolinea il responsabile dell’Opera Romana monsignor Remo Chiavarini, «segna di fatto l’inizio dell’anno pastorale ed è un modo di mettere l’anno che comincia sotto la protezione di Maria». A Lourdes «si respira un clima di comunione e di serenità», conclude il sacerdote.

29 agosto 2023

«È Maria a camminare verso di noi»: partito il pellegrinaggio diocesano a Lourdes

«Tutto comincia con un cammino breve… Piccoli passi, per affrontare la lunga avventura della evangelizzazione. Anche noi abbiamo affrontato un viaggio per venire qui a Lourdes. Per molti di voi è un appuntamento a cui non è possibile mancare; per altri è la prima volta. Abbiamo lasciato le nostre case, le nostre attività e, fatto questo breve tragitto tra l’Italia e i Pirenei, ci apprestiamo a ritrovare la forza per un tragitto più lungo, quella della vita cristiana. Per questo abbiamo bisogno di Maria che sa cosa significa mettersi in cammino». È iniziato ieri (lunedì 28 agosto) il pellegrinaggio diocesano a Lourdes, guidato dal cardinale vicario Angelo De Donatis. Il porporato ha presieduto la Messa di apertura – concelebrata, tra gli altri, dal cardinale Enrico Feroci, dal vescovo Benoni Ambarus e dal vescovo Guerino Di Tora –, durante la quale ha proposto ai partecipanti alcune riflessioni sul senso di questo tradizionale cammino di fine agosto.

Nella cittadina sui Pirenei «scopriamo, con commozione, che è Maria ad essersi messa in pellegrinaggio verso di noi – spiega il cardinale De Donatis –. Sì, ti viene incontro, desiderando di incontrarti e subito, come qualcuno che prende le nostre valigie, ci vuole alleggerire, ci vuole dire: “Eccomi, sono arrivata, ti sono venuta incontro, ti aspettavo da tempo. Non aver paura, non sono forse io tua madre?” Forse anche nel cenacolo queste furono le parole per i discepoli, di nuovo umanamente smarriti dopo l’ascensione al Cielo del loro Signore. I discepoli trovano lei, trovano la loro madre, il loro conforto, il loro porto sicuro e lei prega con loro nell’attesa dello Spirito Santo. Infatti, già ricolmata della Grazia dello Spirito, Maria sa cosa significa essere sospinta da quel Vento ed essere illuminata da quel Fuoco. Per questo è lì, nel cenacolo. Per questo è qui, a Lourdes, ad attenderci e ad accompagnarci, a consolarci e a incoraggiarci».

E ancora: «Di solito la parola “Grazie” si dice alla fine. Noi vogliamo dire Grazie all’inizio, pur non sapendo cosa accadrà in questi giorni. Forse ci sono alcune aspettative, ma il Signore va sempre oltre le nostre attese. Noi chiediamo solo di essere annoverati tra i fratelli di Gesù, tra i suoi familiari, che con Maria desiderano vederlo. Vogliamo sentirci dire ancora che i suoi fratelli sono coloro che ascoltano la Parola e la mettono in pratica».

29 agosto 2023

Il 2 settembre l’ordinazione episcopale di monsignor Di Tolve

Sabato 2 settembre, nel Duomo di Milano, alle 10.30, avrà luogo l’ordinazione episcopale di monsignor Michele Di Tolve, eletto vescovo lo scorso 26 maggio da Papa Francesco, che gli ha assegnato la sede titolare di Orrea e lo ha chiamato a essere vescovo ausiliare della diocesi di Roma. Monsignor Di Tolve è stato anche nominato dal Santo Padre nuovo rettore del Seminario Romano Maggiore, con il compito di rafforzare i rapporti tra le realtà di formazione al sacerdozio presenti nel territorio della diocesi di Roma e di coordinarne le attività, esercitando il suo mandato in accordo con il Consiglio episcopale e riferendo direttamente al Pontefice per le questioni di maggiore rilevanza. La celebrazione di sabato verrà trasmessa in diretta streaming sul nostro sito internet.

Monsignor Di Tolve, nato a Milano nel 1963 e ordinato sacerdote nel 1989, è attualmente parroco di San Giovanni Battista a Rho (Mi) e di Sant’Ambrogio ad Nemus a Passirana Milanese di Rho (Mi). Dal 2014 al 2020 è stato Rettore del Seminario arcivescovile di Milano e in precedenza, tra i vari incarichi, Responsabile del Servizio diocesano per l’Insegnamento della religione cattolica e Responsabile del Servizio per la Pastorale scolastica.

Il prossimo 21 settembre monsignor Di Tolve presiederà a Caravaggio la Messa concelebrata dai Vescovi lombardi in occasione della IX Giornata regionale dei sacerdoti e diaconi malati e anziani.

29 agosto 2023

Fondazione Roma e Caritas diocesana insieme per i più deboli

Trentamila buoni da 25 euro ciascuno destinati alle famiglie in difficoltà, distribuiti attraverso una rete di 330 tra parrocchie e centri di ascolto della diocesi di Roma; altri 10mila buoni di pari importo da destinare, invece, agli anziani soli e fragili raggiunti attraverso la rete dei cinque Empori della solidarietà promossi dalla Caritas. Il tutto per un totale di un milione di euro che la Fondazione Roma ha deciso di mettere a disposizione delle persone residenti a Roma che maggiormente risentono degli effetti negativi dell’attuale fase economica, derivante dall’aumento dei prezzi di beni e servizi di prima necessità, che vede una povertà crescente colpire anche il ceto medio, impreparato a sostenere uno scivolamento verso il basso nella scala delle condizioni di vita.

Alla luce della precedente esperienza – che Fondazione Roma e Caritas hanno promosso nel corso della fase più acuta della pandemia da Covid-19 – con la nuova iniziativa, si è preferito aumentare il valore del singolo buono da 20 a 25 euro, per un totale, dunque, di 40.000 buoni; nonché di prevedere, in aggiunta al canale di distribuzione delle parrocchie che raggiunge le famiglie, anche un percorso dedicato agli anziani soli in casa, così da organizzare un sistema di consegna della spesa effettuata coi buoni direttamente al loro domicilio.

Sono queste le coordinate di fondo della nuova iniziativa di solidarietà della Fondazione Roma che, forte del positivo esito della precedente esperienza, ha deciso di rinnovare per il 2023, coerentemente con la sua storica e riconosciuta attenzione alle esigenze prioritarie del territorio di riferimento, avvalendosi, anche stavolta della preziosa collaborazione con la rete territoriale di prossimità della Caritas diocesana.

Al termine del precedente intervento, conclusosi nel dicembre 2021, sono stati aiutati complessivamente 7.589 nuclei familiari, il 51,7% dei quali italiani, e stranieri di oltre cento nazionalità. Le persone assistite sono state 23.377, di cui 7.157 minori.

«Sono felice – dichiara il Presidente della Fondazione Roma Franco Parasassi – che la Fondazione abbia potuto dimostrare, ancora una volta, la vicinanza e la solidarietà alle famiglie e alle persone in difficoltà in conseguenza del contesto certamente problematico, sotto molti profili, che l’intero Paese, insieme al resto d’Europa, sta attraversando. La nuova iniziativa, messa in campo con la preziosa collaborazione della Caritas di Roma, rappresenta un piccolo, ma significativo contributo, non certamente risolutivo, all’emergenza economica e storica in atto, che, come accaduto nel corso della precedente esperienza, porterà conforto e aiuto concreto a famiglie e anziani nell’affrontare le necessità del loro quotidiano. In questo particolare momento l’attenzione della Fondazione Roma è prioritariamente rivolta a fronteggiare le emergenze di carattere sociale, contestualmente al confermato impegno verso quelle che sono le iniziative stabili di cui si è fatta promotrice negli anni, soprattutto nel settore socio-sanitario e socio-assistenziale, e che ormai rappresentano un elemento distintivo preciso comunemente riconosciuto».

«Gli aiuti alimentari sono sempre più una necessità per molte famiglie romane – spiega monsignor Benoni Ambarus, vescovo ausiliare di Roma e incaricato della pastorale della carità –. Purtroppo, stiamo verificando che la ripresa economica, a Roma legata al turismo e al commercio, taglia fuori una fascia sempre più ampia di cittadini, anche molte famiglie che nel prossimo autunno si vedranno private anche del sostegno che arrivava dal Reddito di cittadinanza. Come diocesi ringraziamo la Fondazione Roma, un vero e proprio partner nelle iniziative di prossimità. Soprattutto la formula del buono spesa, infatti, consente alle famiglie di scegliere responsabilmente ciò di cui necessitano e di acquistarlo in modo dignitoso».

28 agosto 2023

Terremoto Turchia e Siria: la risposta di Caritas in 6 mesi

Foto Caritas Italiana

Il 6 febbraio scorso, una scossa di magnitudo 7.9, con epicentro in Turchia nel distretto di Pazarcik della provincia di Kahramanmaraş, ha causato distruzioni gravissime sia nel Sud-est della Turchia che nel Nord della Siria. Alla scossa iniziale ne sono susseguite più di 1.200, anche molto forti, nelle ore e nei giorni successivi. In Turchia si contano più di 50.000 vittime e 170.000 feriti, le persone direttamente colpite da questo terremoto sono più di 9 milioni, di cui 3 milioni di sfollati. In Siria i danni sono risultati ingenti nelle città di Aleppo, Lattakia, Idlib, Hama. Almeno 6.000 le vittime, 10.500 i feriti e circa 350.000 gli sfollati.

Caritas Italiana è stata presente fin dall’inizio a supporto delle Caritas locali, contribuendo alle azioni di assistenza alla popolazione terremotata attraverso di esse, con diverse attività per le quali si rimanda ai documenti allegati. Ha operato anche sul territorio nazionale coinvolgendo le comunità sul piano dell’informazione, della vicinanza con la preghiera, della raccolta fondi nell’ambito della Colletta nazionale indetta dalla Cei.

Dalla diocesi di Roma è arrivato subito un segno tangibile di supporto. Un totale di 207.785 euro è stato raccolto dalle parrocchie per sostenere gli aiuti a Turchia e Siria. La somma raccolta è stata invitata dalla diocesi a Caritas italiana, che coordina gli aiuti in Anatolia e in Siria. Un’ulteriore somma di 50.000 euro è stata inviata dal Fondo di Emergenza Internazionale della diocesi di Roma il 10 febbraio scorso al cardinale Mario Zenari, Nunzio Apostolico in Siria, come segno immediato di solidarietà per affrontare le necessità immediate delle popolazioni colpite.

Una delegazione di Caritas Italiana, guidata dal direttore don Marco Pagniello, ha visitato le comunità in Turchia dall’11 al 13 luglio scorso. «Nel nostro percorso da Iskenderun ad Antiochia, un’enorme distesa di tende allineate ha colpito la nostra attenzione: migliaia e migliaia di famiglie che hanno perso tutto, molte delle quali già in condizioni di grave vulnerabilità. Ma anche la presenza di tantissimi edifici destinati ad essere abbattuti con tutte le conseguenze ambientali che ne derivano”, raccontano gli operatori di Caritas Italiana.

Dall’11 al 14 settembre il direttore di Caritas Italiana, don Marco Pagniello, si recherà in Siria per fare il punto sugli interventi in corso e le prospettive di lavoro future. «Scopo della visita di settembre – spiega don Pagniello – è dire a questa terra: non siete soli! Caritas italiana accompagna da tempo la Chiesa sorella in Siria; continuiamo a farlo ancora di più oggi, attraverso la presenza dei nostri operatori, qui a lavorare con voi, e rispondendo, stando in Italia, alla nostra vocazione di advocacy e di animazione».

È urgente riportare l’attenzione delle nostre comunità sul dramma di proporzioni enormi che stanno vivendo migliaia di persone in questi due Paesi. «È molto importante come Chiesa italiana, come Caritas, ricordare continuamente quanto è accaduto in Turchia e Siria – ribadisce don Marco – perché tutto rischia di passare in secondo piano, oscurato dalle varie emergenze che purtroppo si susseguono. Ma in questi paesi ci sono state decine di migliaia di morti e molti altri necessitano di aiuto. Se ne parla oggi troppo poco. Voglio sottolineare la necessità sempre presente di informarsi e di informare. Da parte nostra rilanciamo attraverso la nostra testimonianza il bisogno di vicinanza e di prossimità che vivono questi popoli».

È possibile sostenere gli interventi, attraverso la rete attivata da Caritas Italiana per questa emergenza, nelle seguenti modalità:

Conto corrente postale 001021945793
IBAN: IT 50 F 07601 03200 001021945793
Causale “Terremoto Turchia e Siria 2023”
intestato a Fondazione “Caritas Roma” – ONLUS

28 agosto 2023

Presiede il Pellegrinaggio diocesano a Lourdes organizzato dall’Opera Romana Pellegrinaggi

Presiede il Pellegrinaggio diocesano a Lourdes organizzato dall’Opera Romana Pellegrinaggi.

E’ entrato nella luce della Resurrezione mons. Bruno Pirolli

Il Cardinale Vicario Angelo De Donatis,
il Consiglio Episcopale e il Presbiterio della Diocesi di Roma

annunciano che oggi, 24 agosto,
Festa di San Bartolomeo Apostolo,
è entrato nella luce della Resurrezione

il Rev.do
Mons. Bruno Pirolli
di anni 79

Rettore della Chiesa Santa Maria del Suffragio dal 2014 al 2020
e della Chiesa San Lazzaro dal 2011 al 2014,
Direttore dell’Ufficio Clero del Vicariato di Roma dal 2006 al 2014,
Presidente dell’Unione Apostolica del clero – U.A.C. federazione italiana dal 1995 al 2001,
Parroco della Parrocchia Santi Marcellino e Pietro al Laterano dal 1994 al 2006
e della Parrocchia Santa Maria delle Grazie a Casal Boccone dal 1985 al 1994,
Insegnante di religione presso l’Istituto magistrale statale Giordano Bruno dal 1981 al 1990
e presso la Scuola materna San Vincenzo Pallotti dal 1979 al 1981,
Vicario Parrocchiale della Parrocchia Santa Gemma Galgani dal 1980 al 1985
e della Parrocchia San Romano Martire dal 1977 al 1980,

e, ricordandone il generoso e fecondo servizio pastorale,
lo affidano all’abbraccio misericordioso di Dio
e alla preghiera di suffragio dei fedeli,
invocando la pace e la gioia del Signore.

I funerali si svolgeranno domani, venerdì 25 agosto 2023, alle ore 11.00,
presso la Cappella dello Spirito Santo, nel complesso del Santuario del Divino Amore
(Via del Santuario, 10).

La lettera del Santo Padre ai sacerdoti della diocesi di Roma

Foto DiocesiDiRoma/Gennari

Pubblichiamo di seguito la Lettera che il Santo Padre Francesco ha inviato ai Sacerdoti della Diocesi di Roma

Cari fratelli sacerdoti,
desidero raggiungervi con un pensiero di accompagnamento e di amicizia, che spero possa sostenervi mentre portate avanti il vostro ministero, con il suo carico di gioie e di fatiche, di speranze e di delusioni. Abbiamo bisogno di scambiarci sguardi pieni di cura e compassione, imparando da Gesù che così guardava gli apostoli, senza esigere da loro una tabella di marcia dettata dal criterio dell’efficienza, ma offrendo attenzioni e ristoro. Così, quando gli apostoli tornarono dalla missione, entusiasti ma stanchi, il Maestro disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’» (Mc 6,31). Penso a voi, in questo momento in cui ci può essere, insieme alle attività estive, anche un po’ di riposo dopo le fatiche pastorali dei mesi scorsi. E vorrei anzitutto rinnovarvi il mio grazie: «Grazie per la vostra testimonianza, grazie per il vostro servizio; grazie per tanto bene nascosto che fate, grazie per il perdono e la consolazione che regalate in nome di Dio […]; grazie per il vostro ministero, che spesso si svolge tra tante fatiche, incomprensioni e pochi riconoscimenti» (Omelia per la Messa del Crisma, 6 aprile 2023).

D’altronde, il nostro ministero sacerdotale non si misura sui successi pastorali (il Signore stesso ne ha avuti, col passare del tempo, sempre di meno!). Al cuore della nostra vita non c’è nemmeno la frenesia delle attività, ma il rimanere nel Signore per portare frutto (cfr Gv 15). È Lui il nostro ristoro (cfr Mt 11,28-29). E la tenerezza che ci consola scaturisce dalla sua misericordia, dall’accogliere il “magis” della sua grazia, che ci permette di andare avanti nel lavoro apostolico, di sopportare gli insuccessi e i fallimenti, di gioire con semplicità di cuore, di essere miti e pazienti, di ripartire e ricominciare sempre, di tendere la mano agli altri. Infatti, i nostri necessari “momenti di ricarica” non avvengono solo quando ci riposiamo fisicamente o spiritualmente, ma anche quando ci apriamo all’incontro fraterno tra di noi: la fraternità conforta, offre spazi di libertà interiore e non ci fa sentire soli davanti alle sfide del ministero.

È con questo spirito che vi scrivo. Mi sento in cammino con voi e vorrei farvi sentire che vi sono vicino nelle gioie e nelle sofferenze, nei progetti e nelle fatiche, nelle amarezze e nelle consolazioni pastorali. Soprattutto condivido con voi il desiderio di comunione, affettiva ed effettiva, mentre offro la mia preghiera quotidiana perché questa nostra madre Chiesa di Roma, chiamata a presiedere nella carità, coltivi il prezioso dono della comunione anzitutto in sé stessa, facendolo germogliare nelle diverse realtà e sensibilità che la compongono. La Chiesa di Roma sia per tutti esempio di compassione e di speranza, con i suoi pastori sempre, proprio sempre, pronti e disponibili a elargire il perdono di Dio, come canali di misericordia che dissetano le aridità dell’uomo d’oggi. E ora, cari fratelli, mi domando: in questo nostro tempo che cosa ci chiede il Signore, dove ci orienta lo Spirito che ci ha unti e inviati come apostoli del Vangelo? Nella preghiera mi ritorna questo: che Dio ci chiede di andare a fondo nella lotta contro la mondanità spirituale. Il Padre Henri de Lubac, in alcune pagine di un testo che vi invito a leggere, ha definito la mondanità spirituale come «il pericolo più grande per la Chiesa – per noi, che siamo Chiesa – la tentazione più perfida, quella che sempre rinasce, insidiosamente, allorché le altre sono vinte». E ha aggiunto parole che mi sembrano colpire nel segno: «Se questa mondanità spirituale dovesse invadere la Chiesa e lavorare a corromperla intaccando il suo principio stesso, sarebbe infinitamente più disastrosa di ogni mondanità semplicemente morale» (Meditazione sulla Chiesa, Milano 1965, 470).

Sono cose che ho ricordato altre volte, ma mi permetto di ribadirle, ritenendole prioritarie: la mondanità spirituale, infatti, è pericolosa perché è un modo di vivere che riduce la spiritualità ad apparenza: ci porta a essere “mestieranti dello spirito”, uomini rivestiti di forme sacrali che in realtà continuano a pensare e agire secondo le mode del mondo. Ciò accade quando ci lasciamo affascinare dalle seduzioni dell’effimero, dalla mediocrità e dall’abitudinarietà, dalle tentazioni del potere e dell’influenza sociale. E, ancora, da vanagloria e narcisismo, da intransigenze dottrinali ed estetismi liturgici, forme e modi in cui la mondanità «si nasconde dietro apparenze di religiosità e persino di amore alla Chiesa», ma in realtà «consiste nel cercare, al posto della gloria del Signore, la gloria umana e il benessere personale» (Evangelii gaudium, 93).

Come non riconoscere in tutto ciò la versione aggiornata di quel formalismo ipocrita, che Gesù vedeva in certe autorità religiose del tempo e che nel corso della sua vita pubblica lo fece soffrire forse più di ogni altra cosa? La mondanità spirituale è una tentazione “gentile” e per questo ancora più insidiosa. Si insinua infatti sapendosi nascondere bene dietro buone apparenze, addirittura dentro motivazioni “religiose”. E, anche se la riconosciamo e la allontaniamo da noi, prima o poi si ripresenta travestita in qualche altro modo. Come dice Gesù nel Vangelo: «Quando lo spirito impuro esce dall’uomo, si aggira per luoghi deserti cercando sollievo e, non trovandone, dice: “Ritornerò nella mia casa, da cui sono uscito”. Venuto, la trova spazzata e adorna. Allora va, prende altri sette spiriti peggiori di lui, vi entrano e vi prendono dimora. E l’ultima condizione di quell’uomo diventa peggiore della prima» (Lc 11,24-26). Abbiamo bisogno di vigilanza interiore, di custodire la mente e il cuore, di alimentare in noi il fuoco purificatore dello Spirito, perché le tentazioni mondane ritornano e “bussano” in modo garbato, «sono i “demoni educati”: entrano con educazione, senza che io me ne accorga» (Discorso alla Curia Romana, 22 dicembre 2022).

Vorrei soffermarmi, però, su un aspetto di questa mondanità. Essa, quando entra nel cuore dei pastori, assume una forma specifica, quella del clericalismo. Scusate se lo ribadisco, ma da sacerdoti penso che mi capiate, perché anche voi condividete ciò in cui credete in modo accorato, secondo quel bel tratto tipicamente romano (romanesco!) per cui la sincerità delle labbra proviene dal cuore, e sa di cuore! E io, da anziano e dal cuore, sento di dirvi che mi preoccupa quando ricadiamo nelle forme del clericalismo; quando, magari senza accorgercene, diamo a vedere alla gente di essere superiori, privilegiati, collocati “in alto” e quindi separati dal resto del Popolo santo di Dio.

Come mi ha scritto una volta un bravo sacerdote, “il clericalismo è sintomo di una vita sacerdotale e laicale tentata di vivere nel ruolo e non nel vincolo reale con Dio e i fratelli”. Denota insomma una malattia che ci fa perdere la memoria del Battesimo ricevuto, lasciando sullo sfondo la nostra appartenenza al medesimo Popolo santo e portandoci a vivere l’autorità nelle varie forme del potere, senza più accorgerci delle doppiezze, senza umiltà ma con atteggiamenti distaccati e altezzosi. Per scuoterci da questa tentazione, ci fa bene metterci in ascolto di ciò che il profeta Ezechiele dice ai pastori: «Vi nutrite di latte, vi rivestite di lana, ammazzate le pecore più grasse, ma non pascolate il gregge. Non avete reso forti le pecore deboli, non avete curato le inferme, non avete fasciato quelle ferite, non avete riportato le disperse. Non siete andati in cerca delle smarrite, ma le avete guidate con crudeltà e violenza» (34,3-4). Si parla di “latte” e di “lana”, ciò che nutre e che riscalda; il rischio che la Parola ci pone davanti è dunque quello di nutrire noi stessi e i nostri interessi, rivestendoci di una vita comoda e confortevole. Certamente – come afferma Sant’Agostino – il pastore deve vivere anche grazie al sostegno offerto dal latte del suo gregge; ma commenta il Vescovo di Ippona: «Prendano pure il latte dalle pecore e vi si mantengano nella loro penuria. Tuttavia, non trascurino la debolezza delle pecore, cioè nella loro attività non cerchino, per dir così, il loro tornaconto dando l’impressione d’annunziare il Vangelo per sbarcare il lunario loro personalmente, ma dispensino agli altri la luce della parola di verità che li illumini» (Discorso sui pastori, 46,5). Allo stesso modo, Agostino parla della lana associandola agli onori: essa, che riveste la pecora, può far pensare a tutto ciò di cui possiamo adornarci esteriormente, ricercando la lode degli uomini, il prestigio, la fama, la ricchezza. Il grande padre latino scrive: «Chi offre la lana rende l’onore. Questi sono i due vantaggi che cercano dalla gente quei pastori che pascono se stessi e non le pecore: risorse per sopperire alle proprie necessità e riguardi particolari consistenti in onorificenze e lodi» (ibid., 46,6). Quando siamo preoccupati solo del latte, pensiamo al nostro tornaconto personale; quando cerchiamo in modo ossessivo la lana, pensiamo a curare la nostra immagine e ad aumentare il successo. E così si perde lo spirito sacerdotale, lo zelo per il servizio, l’anelito per la cura del popolo, finendo per ragionare secondo la stoltezza mondana: «Che me ne importa? Ciascuno faccia ciò che gli piace; il mio sostentamento è assicurato, e così pure il mio onore. Ho latte e lana a sufficienza. Vada pure ciascuno dove gli pare» (ibid., 46,7).

La preoccupazione, allora, si concentra sull’“io”: il proprio sostentamento, i propri bisogni, la lode ricevuta per sé stessi invece che per la gloria di Dio. Questo accade nella vita di chi scivola nel clericalismo: perde lo spirito della lode perché ha smarrito il senso della grazia, lo stupore per la gratuità con cui Dio lo ama, quella fiduciosa semplicità del cuore che fa tendere le mani al Signore, aspettando da Lui il cibo a tempo opportuno (cfr Sal 104,27), nella consapevolezza che senza di Lui non possiamo far nulla (cfr Gv 15,5). Solo quando viviamo in questa gratuità, possiamo vivere il ministero e le relazioni pastorali nello spirito del servizio, secondo le parole di Gesù: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10,8). Abbiamo bisogno di guardare proprio a Gesù, alla compassione con cui Egli vede la nostra umanità ferita, alla gratuità con cui ha offerto la sua vita per noi sulla croce.

Ecco l’antidoto quotidiano alla mondanità e al clericalismo: guardare Gesù crocifisso, fissare gli occhi ogni giorno su di Lui che ha svuotato sé stesso e si è umiliato per noi fino alla morte (cfr Fil 2,7-8). Egli ha accettato l’umiliazione per rialzarci dalle nostre cadute e liberarci dal potere del male. Così, guardando le piaghe di Gesù, guardando Lui umiliato, impariamo che siamo chiamati a offrire noi stessi, a farci pane spezzato per chi ha fame, a condividere il cammino di chi è affaticato e oppresso. Questo è lo spirito sacerdotale: farci servi del Popolo di Dio e non padroni, lavare i piedi ai fratelli e non schiacciarli sotto i nostri piedi. Restiamo dunque vigilanti verso il clericalismo. Ci aiuti a starne lontano l’Apostolo Pietro che, come ci ricorda la tradizione, anche nel momento della morte si è umiliato a testa in giù pur di non essere all’altezza del suo Signore. Ce ne preservi l’Apostolo Paolo, che a motivo di Cristo Signore ha considerato tutti i guadagni della vita e del mondo come spazzatura (cfr Fil 3,8).

Il clericalismo, lo sappiamo, può riguardare tutti, anche i laici e gli operatori pastorali: si può assumere infatti “uno spirito clericale” nel portare avanti i ministeri e i carismi, vivendo la propria chiamata in modo elitario, chiudendosi nel proprio gruppo ed erigendo muri verso l’esterno, sviluppando legami possessivi nei confronti dei ruoli nella comunità, coltivando atteggiamenti boriosi e arroganti verso gli altri. E i sintomi sono proprio la perdita dello spirito della lode e della gratuità gioiosa, mentre il diavolo s’insinua alimentando la lamentela, la negatività e l’insoddisfazione cronica per ciò che non va, l’ironia che diventa cinismo. Ma così ci si fa assorbire dal clima di critica e di rabbia che si respira in giro, anziché essere coloro che, con semplicità e mitezza evangeliche, con gentilezza e rispetto, aiutano i fratelli e le sorelle a uscire dalle sabbie mobili dell’insofferenza.

In tutto ciò, nelle nostre fragilità e nelle nostre inadeguatezze, così come nella crisi odierna della fede, non scoraggiamoci! De Lubac concludeva affermando che la Chiesa, «anche oggi, nonostante tutte le nostre opacità […] è, come la Vergine, il Sacramento di Gesù Cristo. Nessuna nostra infedeltà può impedirle di essere “la Chiesa di Dio”, “l’ancella del Signore”» (Meditazione sulla Chiesa, cit., 472). Fratelli, questa è la speranza che sostiene i nostri passi, alleggerisce i nostri pesi, ridà slancio al nostro ministero. Rimbocchiamoci le maniche e pieghiamo le ginocchia (voi che potete!): preghiamo lo Spirito gli uni per gli altri, chiediamogli di aiutarci a non cadere, nella vita personale come nell’azione pastorale, in quell’apparenza religiosa piena di tante cose ma vuota di Dio, per non essere funzionari del sacro, ma appassionati annunciatori del Vangelo, non “chierici di Stato”, ma pastori del popolo.

Abbiamo bisogno di conversione personale e pastorale. Come affermava il Padre Congar, non si tratta di ricondurre a una buona osservanza o fare una riforma di cerimonie esteriori, bensì di ritornare alle sorgenti evangeliche, di scoprire energie fresche per superare le abitudini, di immettere uno spirito nuovo nelle vecchie istituzioni ecclesiali, perché non ci succeda di essere una Chiesa «ricca nella sua autorità e nella sua sicurezza, ma poco apostolica e mediocremente evangelica» (Vera e falsa riforma della Chiesa, Milano 1972, 146).

Grazie per l’accoglienza che vorrete riservare a queste mie parole, meditandole nella preghiera e di fronte a Gesù nell’adorazione quotidiana; posso dirvi che mi sono venute dal cuore e dall’affetto che ho per voi. Andiamo avanti con entusiasmo e coraggio: lavoriamo insieme, tra preti e con i fratelli e le sorelle laici, avviando forme e percorsi sinodali, che ci aiutino a spogliarci delle nostre sicurezze mondane e “clericali” per cercare, con umiltà, vie pastorali ispirate dallo Spirito, perché la consolazione del Signore arrivi davvero a tutti. Davanti all’immagine della Salus Populi Romani ho pregato per voi. Ho chiesto alla Madonna di custodirvi e di proteggervi, di asciugare le vostre lacrime segrete, di ravvivare in voi la gioia del ministero e di rendervi ogni giorno pastori innamorati di Gesù, pronti a dare la vita senza misura per amore suo. Grazie per quello che fate e per quello che siete. Vi benedico e vi accompagno con la preghiera. E voi, per favore, non dimenticatevi di pregare per me.

Fraternamente, Lisbona, 5 agosto 2023, Memoria della Dedicazione della Basilica di Santa Maria Maggiore.
Francesco

A Roma e poi a Seul: con la Messa di Papa Francesco si conclude la Gmg di Lisbona

Foto DiocesiDiRoma/Gennari

da Lisbona Roberta Pumpo

Sarà Seul, capitale della Corea del Sud, ad ospitare la Giornata mondiale della gioventù nel 2027. Ma prima i giovani sono attesi a Roma, nel 2025, per il loro Giubileo. Al termine della Messa al Parque Tejo, cerimonia di chiusura della Gmg di Lisbona, Papa Francesco ha annunciato luoghi e date dei prossimi incontri con i giovani del mondo e sull’immensa spianata è esplosa la gioia di un milione e mezzo di ragazzi che ha trascorso qui la notte in attesa dell’ultimo incontro di «una settimana di grazia» con il Pontefice. Sul palco, accanto a Francesco, alcuni giovani coreani, accompagnati dai loro vescovi, hanno fatto festa sventolando la bandiera del loro Paese.

Ed è festa anche tra i giovani del Campo della grazia. Il gran caldo non ha impedito loro di celebrare le ultime ore insieme. Hanno intonato canti, battuto le mani a tempo, chiamato Papa Francesco. In gran silenzio hanno invece ascoltato il discorso di Bergoglio che ha riportato le lancette indietro nel tempo di 23 anni. Come Giovanni Paolo II a Tor Vergata nel 2000, Francesco a Lisbona ha invitato i giovani a non avere paura. «Non temete», dice ai ragazzi chiamandoli «amici».

«Non temete»: le parole che Gesù rivolge a Pietro, Giacomo e Giovanni nel brano della Trasfigurazione di cui si celebra la festa. Parole che oggi, ha spiegato il Papa, Cristo rivolge ai giovani che coltivano «sogni grandi ma spesso offuscati dal timore di non vederli realizzati». A tutti coloro che temono di non farcela, a quanti «tentati in questo tempo di scoraggiarsi, di giudicarsi inadeguati o di nascondere il dolore mascherandolo con un sorriso». E ancora, non temete è l’invito rivolto ai giovani che vogliono «cambiare il mondo e lottano per la giustizia e per la pace». Francesco prosegue nel suo elenco senza dimenticare alcuna fragilità: «a voi, giovani, che ci mettete impegno e fantasia ma vi sembra che non bastino; a voi, giovani, di cui la Chiesa e il mondo hanno bisogno come la terra della pioggia; a voi, giovani, che siete il presente e il futuro; a tutti voi Gesù dice: “Non temete”». Ha quindi chiesto a tutti di osservare un momento di silenzio e di ripetersi nel cuore di non avere paura.

«Vorrei guardare negli occhi ciascuno di voi e dirgli: “non temere!” – prosegue –. Ma ve lo dice Gesù stesso che vi guarda qui a Lisbona. Lui conosce le gioie e le tristezze, i successi e i fallimenti, il cuore di ciascuno di voi. E vi dice “Non abbiate paura, non temete”». Più volte interrompe la lettura del suo discorso per parlare a braccio e consegna ai giovani un altro verbo: brillare.

«Abbiamo bisogno di qualche lampo di luce per affrontare le oscurità della vita – afferma –. Abbiamo bisogno della luce di Gesù, perché lui è la luce che non si spegne anche di notte». Una luminosità che non si ottiene mettendosi «sotto i riflettori, quando mostriamo un’immagine perfetta – spiega il Santo Padre –. Possiamo essere forti e vincenti, ma non luminosi. Diventiamo luminosi quando, accogliendo Gesù, impariamo ad amare come Lui, diventiamo interpreti d’amore. Se diventiamo egoisti la luce si spegne». Durante la recita dell’Angelus, Francesco rivolge un pensiero a tutti quei giovani che non hanno potuto partecipare alla Gmg in Portogallo perché nei loro Paesi si compatte la guerra. Un pensiero particolare alla «cara Ucraina» per la quale prova «grande dolore». Lentamente il Parque Tejo si svuota. I ragazzi si salutano e sulla bocca di tutti una promessa: ci vediamo fra due anni a Roma.

7 agosto 2023

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