28 Giugno 2026

La lettera da Floresta di don Paolo Boumis

Pubblichiamo una recente lettera di don Paolo Boumis, missionario fidei donum romano in Brasile, inviata al Centro missionario diocesano.

Carissimi e carissime,

siamo tutti ancora pieni delle gioie pasquali che ci rinnovano nella speranza e torno a raccontarvi un po’ di me e della missione di Itacuruba. Abbiamo vissuto la Quaresima insieme a tutta la Chiesa brasiliana nella tradizionale Campagna della Fraternità, che ha avuto per tema: “Fraternità e superamento della violenza”. Come ogni anno abbiamo pregato, riflettuto sulla Parola di Dio, discusso e celebrato la Via Crucis con l’occhio, la mente ed il cuore rivolti alla realtà drammatica del nostro povero Brasile. Ogni giorno, come sapete, registriamo omicidi in tutte le città della Diocesi. Ad Itacuruba questo succede un po’ meno, ma le conseguenze sono drammatiche lo stesso: le famiglie coinvolte in un omicidio di alcuni anni fa, carnefici e vittime, sono condannate a vivere separate, con i parenti sparpagliati a centinaia di chilometri perché, pur non essendoci una responsabilità diretta, il semplice incontro per strada di parenti può provocare incidenti anche molto gravi. Sradicare la cultura della vendetta e della morte è terribilmente difficile. Sotto sotto, sto scoprendo che molte famiglie della parrocchia sono in realtà legatissime a questo problema, tanto che anche una semplice attività parrocchiale è fallita perché io, inconsapevolmente, avevo messo insieme a lavorare persone di fronti opposti. Il miracolo di poter collaborare tra persone di diverse opinioni politiche mi è quasi riuscito del tutto. Per queste situazioni, invece, devo imparare pregare di più per capire di più…

Il mercoledì delle Ceneri ho lanciato una provocazione in chiesa, annunciando la campagna “Arma Zero”, dicendo che la notte del Giovedì Santo, durante l’Adorazione, la chiesa sarebbe rimasta aperta tutta la notte e che una cesta sotto l’altare avrebbe accolto le armi deposte anonimamente da chi, toccato dalla parola di Gesù Cristo crocifisso, avesse deciso di cambiare vita. Nella profonda convinzione che molte famiglie, anche di persone fedeli alla Chiesa, abbiano armi in casa, ho parlato apertamente del problema, durante tutta la Quaresima. La cosa che mi ha fatto pensare di più è stata la reazione della gente. Quando dicevo: “So che in molte case della nostra parrocchia ci sono armi”, le persone non si sono ribellate, come se stessi dicendo un’eresia offensiva. Al contrario: è calato il gelo, come se avessi pizzicato un bambino con le dita nel barattolo della marmellata. Silenzio. Nessun commento. E, purtroppo, nessuna arma consegnata. Io non credo di aver sbagliato nel denunciare questa cultura, né di aver esagerato in un ottimismo ingenuo, sperando chissà cosa. A Natale farò lo stesso discorso e lancerò la stessa sfida. La cosa preoccupante e frustrante è che nessuno, dico nessuno, dei miei parrocchiani è venuto a dirmi di condividere questa mia angoscia. L’abitudine alla cultura della violenza è così radicata che sembra impossibile anche lontanamente pensare di liberare la propria famiglia da uno strumento di morte. Ma siamo qui anche per questo, senza perdere la speranza che qualcuno cominci a capire che c’è un’altra strada per vivere meglio.

Come saprete dalle notizie del Telegiornale, abbiamo assistito impotenti alla truffa giuridica che ha portato il presidente Lula in carcere. È un momento molto brutto per il Brasile: i ricchissimi potentati economici hanno ripreso in pieno il controllo del paese e hanno spento in meno di un anno le speranze di milioni di persone che avevano cominciato a vivere una condizione migliore. Torneremo a pagare tutto, medicine e cure, scuole e università, e il paese ripiomberà ancora più violentemente nell’incredibile divario tra la grande massa di persone impoverite e maltrattate e la piccolissima élite di chi detiene le redini di tutto. La candidatura presidenziale di Bolsonaro (il Trump brasiliano) rischia di essere vincente. Questo ex militare, violento con le parole e con le armi, a differenza di Trump non spara solo stupidaggini e volgarità. Spara pallottole.

Ma insieme a questo quadro fosco e triste, ci sono le belle notizie: da gennaio a tutt’oggi la pioggia sta facendo rivivere la terra e la gente. Piove spesso e abbondantemente, riempiendo gli invasi e traboccando dagli argini, invadendo le campagne e riappropriandosi di spazi che aveva sempre avuto ma che negli ultimi sette anni avevano visto solo pietre e spine. Una grande festa per tutti e per la natura che ora è bellissima, verde e rigogliosa. Si chiama “risurrezione della Caatinga”, che è il bioma tutto brasiliano del sertão. Caatinga significa “pianta bianca”, perché quando ci sono gli anni di secca le piante assumono tutte un colore grigio chiaro e aspettano con una incredibile resistenza la prima acqua per esplodere di germogli. È uno spettacolo meno famoso dei ciliegi (o peschi?) del Giappone, ma molto più emozionante, sapendo quanto essere un “albero bianco” significhi per chi quotidianamente rischia di morire di sete. La vita, ancora una volta, ha trionfato sulla morte. Su tutti noi, “alberi bianchi” in attesa dell’acqua della vita, scenda la gioia della Resurrezione!

Un grande abbraccio.

Don Paolo

La lettera al Popolo di Dio del Vicario Generale di Sua Santità per la Diocesi di Roma

Foto Diocesi di Roma / Gennari

Al Popolo di Dio che è in Roma
Pace e bene! Nell’Ufficio delle letture della Domenica appena trascorsa ci è stato proposto un brano di san Paolo a Timoteo; nel cuore del testo l’apostolo così si esprime: “Rendo grazie a colui che mi ha dato la forza, Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia chiamandomi al ministero: io che per l’innanzi ero stato un bestemmiatore, un persecutore e un violento. Ma mi è stata usata misericordia…” (1 Tm 1, 12-13).

Colgo come provvidenziale questa Parola; sono consapevole che aldilà dei limiti e dei peccati di ciascuno, la grazia ci inonda con ogni dono che Dio elargisce alle nostre vite e così ha voluto fare anche con la mia vita e, per il mio piccolo tramite, alla Sua santa Chiesa. Così mi sento in questo momento, consapevole di aver ricevuto misericordia. Con emozioni contrastanti metto ancora una volta la mia vita nelle mani del Padre e faccio mie le parole del Salmo: “Io invece resto quieto e sereno: come un bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è l’anima mia” (131,2).

Arrivando a Roma, poco più di due anni fa, da subito ho iniziato ad amare questa Chiesa che conoscevo ancora troppo poco ma dalla quale mi sono sentito accolto oltre ogni aspettativa. Ho provato a servirla come ho potuto, sentendomi rapito da tanta bellezza e dalle tante potenzialità di bene che sperimentavo, insieme alle fatiche che accompagnano tutti noi esseri umani.

Sono grato al Santo Padre per la fiducia che mi ha dato nominandomi prima Suo Vescovo Ausiliare, poi Vicegerente e adesso Suo Vicario Generale per la Diocesi di Roma. La Sua dedizione alla Chiesa universale e la profezia che ci ha regalato in questi anni di Pontificato mi spingono a lavorare per una Chiesa trasparente e povera, in grado di sprigionare e diffondere il profumo del Vangelo.

Accolgo con trepidazione l’ulteriore responsabilità che mi affida oggi per servire la Sua Diocesi, nella serena certezza che il Signore opererà al di là dei miei limiti. Raccolgo una storia significativa dei Cardinali Vicari che si sono succeduti nel tempo e hanno portato avanti il loro servizio con dedizione, ciascuno con la propria peculiarità. In particolare ringrazio il Card. De Donatis che con gentilezza e attenzione mi ha accolto a suo tempo nel Consiglio Episcopale.

L’unico desiderio che ora sento nel cuore è quello di servire questa Chiesa, consapevole della sua bellezza e della specifica vocazione che le appartiene. Come fratello e padre vorrei condividere i passi di ognuno e di tutto il popolo di Dio che vive a Roma. Il Signore chiamandomi al ministero mi chiede di essere pastore alla Sua maniera, nel quotidiano impegno a dare la vita per tutti.

Ringrazio i tantissimi sacerdoti e diaconi della Diocesi per il servizio generoso e umile che svolgono, per la loro costante presenza e per l’amore che mostrano alla nostra Diocesi. Con molti di loro ho condiviso un breve tratto di strada; adesso avverto ancor di più la necessità e la gioia di mettermi accanto a tutti in un atteggiamento di ascolto, facendo tesoro dell’esperienza maturata da ciascuno negli anni, per capire insieme come comunicare a tutti e far sperimentare l’amore del Padre. Abbiamo la responsabilità di essere segno visibile del Regno per gli ultimi, per i giovani, per le famiglie, per coloro che ancora frequentano le nostre parrocchie e per i tanti che non vivono più la fede accolta con il Battesimo.

Ci attende una missione importante, in un tempo complesso, che va affrontata costruendo ogni giorno legami di fraternità e di comunione. Abbiamo la grazia di servire una Diocesi straordinaria che è stata irrorata dal sangue dei Martiri e fecondata dalla testimonianza gioiosa di moltissimi santi. Il Signore ci aiuti a mettere a frutto i tanti carismi ricevuti per l’utilità comune.

Santa Teresa del Bambin Gesù nella sua autobiografia mentre riflette sulla ricerca della sua vocazione nella Chiesa, commentando l’inno alla carità di San Paolo così si esprime: “La carità mi offrì il cardine della mia vocazione”. È esattamente questo ciò che desidero: che la carità sia il cardine della mia vocazione e della mia risposta. Abbiate pazienza quando i miei limiti emergeranno, ma siate esigenti nel chiedermi carità e benevolenza. Mi affido alla vostra preghiera perché io compia fedelmente la volontà di Dio. La Vergine Santissima, Salus Populi Romani, interceda per noi e ci accompagni in questo cammino.

X Baldassare Reina
Vicario Generale di Sua Santità
per la Diocesi di Roma

 

7 ottobre 2024

La lettera ai romani per i 50 anni dal convegno ecclesiale “La responsabilità dei cristiani di fronte alle attese di giustizia e di carità nella Diocesi di Roma”

Carissimi,
il 15 febbraio 1974 si tenne nella Basilica di San Giovanni in Laterano l’assemblea conclusiva del Convegno diocesano “La responsabilità dei cristiani di fronte alle attese di giustizia e di carità nella Diocesi di Roma”. Un incontro che ebbe l’intento di promuovere l’ascolto e la riflessione comune per “attuare con sempre maggiore fedeltà il messaggio evangelico della carità fraterna che nasce e si alimenta dall’amore di Dio” secondo i voti contenuti nel messaggio che Paolo VI inviò al Cardinale Ugo Poletti allora Vicario Generale.

Trascorsi cinquant’anni, con le stesse motivazioni, si intende tornare a quell’evento per ricordarlo nella prospettiva storica ma anche per raccogliere nuovamente e riproporre, pur nelle mutate condizioni, quel richiamo alla nostra comune responsabilità nei confronti della città di Roma. Ovvero per comprendere insieme, alla luce del Vangelo, quali siano oggi le attese di carità e giustizia che animano la città di Roma e quali le strade per dare risposte a quelle attese. È un invito a riflettere, progettare e agire dentro la città, che si colloca nel percorso sinodale e nella prospettiva imminente del Giubileo. Ci aiutano in questo percorso anche i contributi che potranno scaturire dalla ricerca in corso sulla Chiesa, da parte del Censis, sui Credenti non presenti o da riflessioni come quelle del Prof. Andrea Riccardi nel testo La chiesa brucia. Crisi e futuro del cristianesimo, Laterza (2021).

Lo facciamo per richiamare innanzitutto la responsabilità dei cristiani ma, come in quei giorni del 1974, rivolgendoci anche ai cittadini, alle associazioni e alle istituzioni che formano la comunità urbana di Roma, ponendoci, anzitutto, nuovamente in loro ascolto.
La consapevolezza di fondo è che piuttosto di una commemorazione, ci si presenti oggi l’occasione per guardare al presente e al futuro di Roma con il contributo di tutti. “Roma avrà un futuro, se condivideremo la visione di città fraterna, inclusiva, aperta al mondo” ci ha ricordato Papa Francesco, nel messaggio per le celebrazioni dei 150 anni di Roma Capitale.

Quel Convegno fu un avvenimento memorabile, degno ancora oggi di memoria per i frutti che generò nella Chiesa di Roma, per il segno che lasciò nella vita pubblica della città e per la vasta e persistente eco che diffuse nel Paese. Fu un evento a lungo preparato dal Cardinale Poletti e da Mons. Luigi Di Liegro, allora responsabile dell’Ufficio pastorale del Vicariato, che si sviluppò per quattro giornate articolandosi in cinque assemblee, una per ciascun settore diocesano, coinvolgendo migliaia di persone e raccogliendo più di 300 contributi scritti.

Naturalmente, torniamo a quell’avvenimento con le attese e le speranze del presente nella consapevolezza del tempo trascorso. La Roma degli anni ’70 era una città cresciuta rapidamente in popolazione ed estensione. Da poco più di un milione di abitanti dell’anteguerra, Roma si accingeva a toccare i 2.800.000 di residenti. Una città che attraeva immigrati dall’Italia centro meridionale e vedeva crescere intorno al grande nucleo storico quartieri ad alta intensità insediativa insieme ad una periferia dove aggregati di abitazioni illegali prive di servizi si moltiplicavano in un paesaggio agricolo ormai deteriorato da incuria e abbandono. L’abitazione appariva il problema più scottante: l’edilizia popolare non teneva il passo della domanda di alloggi; quasi 100.000 persone vivevano nelle baracche. La sanità pubblica, ancora di impianto mutualistico, forniva servizi carenti e diseguali. La scuola subiva la pressione dell’onda demografica: evidente era l’inadeguatezza degli edifici, più nascosta l’ampissima area di dispersione scolastica. Cominciavano ad emergere fenomeni nuovi come l’immigrazione di lavoratori provenienti da altri continenti, fenomeno tardivo rispetto alle città europee ma che avrebbe conosciuto una crescita accelerata.
In questa città, dove l’eredità del passato sembrava un peso ulteriore alla difficile trasformazione della sua giovanissima periferia, viveva una Chiesa chiamata all’attuazione del Concilio essendo insieme la Diocesi del Papa – con il suolo ruolo globale e la contiguità con la Santa Sede – e la Diocesi di una grande comunità urbana attraversata da una modernizzazione, in ritardo rispetto ad altri contesti e per questo più rapida e contraddittoria, e da una secolarizzazione ben più intensa di quanto allora apparisse.

Il Cardinale Poletti nelle conclusioni giudicò l’esito del Convegno come “superiore a ogni aspettativa per interesse e partecipazione”. I lavori avevano mostrato “una sensibilità collettiva e comunitaria a gravissimi problemi umani, sociali, cristiani”. Indicò l’evento come il “principio di un nuovo e più coraggioso cammino che la comunità cristiana di Roma intende intraprendere, sotto la guida del Papa suo Pastore, in novità di vita, in libertà di spirito, in esercizio di carità evangelica in tutti i suoi componenti.”
E in effetti, quel Convegno diede un contributo di consapevolezza di quello che stava accadendo nella Chiesa di Roma e che negli anni successivi conobbe esperienze importanti come la riorganizzazione pastorale e amministrativa della Diocesi con la costituzione apostolica Vicariae Potestatis in Urbe emanata da Paolo VI nel 1977.
Ma quelle giornate del febbraio 1974 furono importanti per l’intera città di Roma andando oltre le attese e le stesse intenzioni degli organizzatori. Fu rinominato il “Convegno sui mali di Roma” – e in questo modo è ancora ricordato dai più – con una lettura che, da un lato, lo ridusse al solo carattere di critica e di denuncia ma, d’altro canto, evidenziò l’impatto sulla dimensione pubblica e civile che effettivamente andò al di là della sua originaria matrice ecclesiale.

La Roma di oggi è molto cambiata. Le attese di carità e giustizia sono in parte le medesime e in parte nuove, ma tutte in attesa di risposta. È oggi una città che conta circa la stessa popolazione di cinquant’anni fa ma diversa è la sua composizione: l’età media supera i 46 anni diminuendo man mano che ci si allontana dal centro. Le famiglie monocomponente sono il 46%; nel centro storico sfiorano il 60%. L’incidenza della popolazione straniera, che arriva al 14%, è quasi il doppio della media nazionale.
Roma partecipa, seppur in forma relativamente attenuata, dell’inverno demografico italiano: popolazione stabile, invecchiamento, diradamento dei legami familiari. Vive invece in modo più accentuato i fenomeni migratori.

L’ultimo rapporto povertà della Caritas romana Le Città Parallele (2023), permette di dare uno sguardo aggiornato che va oltre i valori medi per cogliere le differenze e pesare le diseguaglianze sul piano dell’accessibilità ai servizi; della distribuzione della ricchezza; delle opportunità di cura e di assistenza. Disuguaglianze che finiscono per assumere tre dimensioni caratteristiche: territoriale, con i Municipi del centro che si differenziano dalle periferie; generazionale, con le classi più anziane che percepiscono quote di reddito maggiori; di nazionalità, con i cittadini stranieri che presentano redditi di molto inferiori.
Dentro questo quadro squilibrato sono presenti attese che diventano a volte vere e proprie “grida di dolore”. Prendiamo quattro ambiti centrali che rappresentano ora come nel 1974 essenziali “beni” della vita sui quali si fonda la dignità delle persone e l’effettività dei loro diritti di cittadinanza: lavoro, casa, salute, scuola.

Il lavoro. Roma si caratterizza per un’economia terziaria, privata e pubblica, più dinamica nei valori di quella nazionale. Come in altre grandi città, maggiore risulta il tasso di occupazione e i redditi medi sono più alti ma più alta anche è la percentuale dei lavori instabili e sottopagati. I redditi medi più alti sono appannaggio dei residenti tra i 60 e i 74 anni con un peso significativo, quindi, dei redditi da pensioni. All’opposto quelli più bassi sono destinati ai cittadini sotto i 30 anni con una più alta incidenza del lavoro precario e a bassa paga.

La casa. Nonostante la stabilità del numero degli abitanti e la sottoutilizzazione del patrimonio residenziale, permane un grave problema abitativo. Sono quasi 30.000 i nuclei familiari che hanno richiesto al Comune un contributo per pagare l’affitto; i provvedimenti di sfratto sono triplicati arrivando ad essere oltre 6 mila all’anno; 14 mila famiglie attendono un alloggio popolare e l’attenderanno mediamente per 10 anni, mentre 1.000 famiglie, in emergenza abitativa, sono ospitate a spese del Comune. Sono 4.000 le famiglie in alloggi occupati senza titolo. E ci sono quelli senza alcuna abitazione: sono 23.420 “senza tetto e senza fissa dimora” censiti da Istat nell’area metropolitana di Roma, la maggior parte nella Capitale. E sono circa 70.000 gli studenti universitari fuori sede della Capitale, costretti a pagare dai 500 euro al mese in su, per una camera, oltre ai costi delle bollette e a quelli, inevitabili, per mangiare e muoversi.

La salute. Anche questo ambito assume i caratteri di una diseguaglianza che produce una vera e propria “povertà sanitaria”: lo stato di salute risulta dipendere dal livello di istruzione e di reddito e nonché dall’area di residenza. È una disparità che parte dalla prevenzione e dalla diagnosi tempestiva e trova nelle lunghe liste di attesa per l’accesso alle cure sanitarie pubbliche una palese evidenza. Una situazione che senza interventi strutturali rischia di aggravarsi a causa dell’invecchiamento della popolazione e dell’aumento delle malattie croniche così come della crescita impressionante del disagio mentale anche nella popolazione più giovane.

La scuola. La demografia consegna a Roma un numero ridotto di bambini e di giovani rispetto al passato. Dovrebbe essere più facile averne cura. E invece emerge una povertà educativa che in ambito scolastico si traduce in enormi differenze nei livelli di apprendimento in ragione della tipologia di istituto, delle condizioni famiglia, dei quartieri di residenza. Sono condizioni di disordine educativo che vanno oltre la dimensione scolastica e si traducono da un lato in forme di isolamento individuale e di disagio psichico e dall’altro in comportamenti giovanili orientati al vandalismo collettivo se non addirittura alla violenza di gruppo.

Scriveva Mons. Luigi Di Liegro “I poveri non sono solo soprattutto un problema da risolvere. Essi bussano alla nostra porta affinché ci convertiamo. Anzi, i poveri ci convocano per offrirci l’occasione di scoprire ciò che la civiltà tecnologica non potrà mai darci, per ricordarci cioè che noi siamo persone non riducibili ad un progetto economico, che abbiamo bisogno degli altri”.

Ricordare il Convegno e riproporne l’approccio è un’occasione per la comunità cristiana di riconsiderare e rinnovare la propria vocazione alla carità. Ma è anche un’offerta di collaborazione e un richiamo alla corresponsabilità rivolto all’insieme della comunità urbana.
Andare oltre il ricordo significa oggi coltivare la speranza, impegnarsi tutti per far diventare Roma “città della speranza”, come Papa Francesco ci invitava a prepararla a diventare, il 31 dicembre scorso nella preghiera del Te Deum di ringraziamento per l’anno trascorso.

Roma condivide con tutte le grandi città un ruolo ambivalente. Esse sono i luoghi dove si concentrano le risorse finanziarie, le competenze, le imprese, il lavoro. Ma sono anche gli spazi dove sono più forti diseguaglianze e marginalità, tensioni e conflitti. Accanto ad essi ci sono però nella città – ed ecco i motivi di speranza – tanti segni di energia positiva, di solidarietà, di ben operare nelle dimensioni pubbliche, private e sociali, dalle quali poter partire per riconciliare, per ricostruire e per riparare, laddove vi sono ferite aperte e contraddizioni e disuguaglianze non più accettabili.

Non è un problema per poveri. È un problema per tutti. Tutta la città perde il suo carattere di comunità, di spazio civilizzato e condiviso, di trama di relazioni tra le persone e le generazioni.
Il Convegno del 1974 partendo dalle attese dei poveri cercò di intravedere il traguardo di una città ordinata dalla giustizia; capace di accogliere chi corre e chi cade, gli spiriti forti e le persone fragili; i nativi e gli stranieri, i giovani e i loro desideri insieme ai vecchi e ai loro ricordi. La città di tutti.

Partendo da questi ricordi e da queste intenzioni, il 19 febbraio il Vicariato promuove un incontro di lancio che sarà l’occasione per proporre una lettura storica degli eventi di cinquant’anni fa ma anche per avviare una riflessione sulla realtà romana odierna. Sarà innanzitutto un invito al discernimento comune che si svilupperà per tutto il 2024 attraverso quattro incontri tematici: le problematiche scolastiche saranno al centro dell’incontro di marzo all’Istituto Amaldi; di sanità si parlerà ad aprile al policlinico Tor Vergata; a maggio, in una parrocchia di Primavalle, si discuterà delle problematiche abitative; mentre le tematiche relative al lavoro saranno al centro dell’incontro di giugno a “La nuova arca” in via Castel di Leva. Il percorso si concluderà con un appuntamento che intende raccogliere contributi di analisi e di idee e per definire nuovi progetti ed iniziative, e si terrà nella Basilica di San Giovanni in Laterano a settembre.

Angelo De Donatis
Vicario Generale di Sua Santità
per la Diocesi di Roma

La lettera del cardinale vicario

La lettera ai fidei donum per il mese missionario straordinario

«Papa Francesco ci ha ricordato che si diventa missionari vivendo da testimoni: testimoniando con la vita di conoscere Gesù. È la vita che parla. Se abbiamo scoperto di essere figli del Padre Celeste, come possiamo tacere la gioia di essere amati, la certezza di essere sempre preziosi agli occhi di Dio? È questo l’annuncio che tanta gente attende. Ed è responsabilità nostra». Così il cardinale vicario Angelo De Donatis scrive ai sacerdoti fidei donum della diocesi di Roma, in occasione del mese missionario straordinario.

Questo ottobre 2019, in coincidenza con il centenario della promulgazione della lettera apostolica “Maximum illud”, infatti, Papa Francesco ha invitato a «riprendere con nuovo slancio la trasformazione missionaria della vita e della pastorale», come sottolinea il porporato nella lettera per i fidei donum.

«Il Signore ci chiede ancora di farci dono lì dove siamo – si legge ancora –, così come siamo, con chi ci sta vicino, ricordandoci che il protagonista della missione è lo Spirito Santo. Il Signore non ci lascerà soli».

Per leggere la lettera completa, cliccare qui.

9 ottobre 2019

La lettera ai fidei donum in occasione della Quaresima

«Il Signore benedica il tuo cammino di Quaresima!». Il cardinale vicario Angelo De Donatis ha sempre un pensiero per i sacerdoti della diocesi di Roma fidei donum in diverse parti del mondo. Ha scritto loro di recente, in occasione della Festa dei santi Cirillo e Metodio, condividendo l’omelia pronunciata in quell’occasione al Collegio diocesano Redemptoris Mater, lo scorso 14 febbraio.

Durante quella celebrazione, il porporato si era soffermato in particolare su tre concetti: “guarigione”, “annuncio” e “supplica”, commentando il Vangelo sulla guarigione miracolosa del lebbroso. «L’ascolto della Parola di Dio e l’aiuto di una chiesa concreta – aveva detto il cardinale vicario – aiutano il credente ad aprire gli occhi e vedere le opere che Cristo ha compiuto nella sua vita. Proprio questa contemplazione dell’opera della salvezza nella vita concreta è fonte viva che sostiene e anima chi porta il Vangelo mondo». Come fanno i fidei donum.

Leggi la lettera e l’omelia

24 febbraio 2021

La lettera ai catechisti: occasione per «riscoprire il nostro rapporto con Dio» e «ripensare la catechesi»

«Nessuno di noi ha mai vissuto una Pasqua così povera di liturgia e di segni della festa. Eppure, sappiamo per fede che è la Pasqua che il Signore ha voluto per noi. Sembra che quest’anno tutta l’Italia, credente e non credente, sia stata costretta a vivere la Quaresima, il tempo austero della privazione. Raramente capita di vivere un’esperienza collettiva così forte, che coinvolge tutti indistintamente». Inizia così la lettera che l’Ufficio catechistico diocesano ha scritto a tutti i catechisti della diocesi in occasione della Pasqua.

Il direttore don Andrea Cavallini, la responsabile del catecumenato suor Pina Ester De Prisco, e i collaboratori Maria Teresa e Domenico firmano la missiva che dà indicazioni pratiche sulla «catechesi in questo tempo» e «su cosa puntare». A tutti, scrivono, «chiediamo di fare attenzione a due atteggiamenti estremi, che sono da evitare: quello di non fare nulla e quello di fare troppo. Qualcuno potrebbe prendere questo tempo come una “vacanza”. Qualcun altro potrebbe, al contrario, cercare di trasferire totalmente in forma digitale quello che è un normale periodo di catechesi in parrocchia, lasciandosi prendere dalla frenesia delle attività, proponendo in continuazione spunti, preghiere, video, pagine da leggere o riempire, ecc., rischiando di intrattenere più che educare».

«La catechesi – si legge ancora – non è un’attività o una somma di attività, ma una relazione educativa nella fede, una relazione di guida e fraternità con le persone che vi sono affidate. Questa che stiamo vivendo è certamente una grande occasione di conversione e di evangelizzazione. Potete aiutare le persone a leggere con occhi cristiani questo tempo particolare. Potete aiutarli ad ascoltare se stessi, il cuore, lo Spirito, rileggendo l’esperienza che vivono restando a casa. Potete aiutare qualcuno a imparare a pregare, a leggere la Scrittura o a fare gesti di semplice carità. Nel venir meno dell’ordinario abbiamo tutti tanto da scoprire del nostro rapporto con Dio».

L’invito è quindi a cogliere questo tempo anche come un’occasione propizia per rivedere alcuni aspetti della catechesi: «Sarebbe davvero miope, come cristiani e come uomini, vivere questo tempo semplicemente aspettando che passi, nell’attesa di riprendere a vivere come vivevamo prima. Per quel che riguarda la catechesi, sarebbe triste perdere l’occasione di ripensarla».

14 aprile 2020

La Lectio Petri sul primato di Pietro

Caravaggio, La crocifissione di san Pietro, basilica di Santa Maria del Popolo

Martedì 22 novembre, alle 18.30, la basilica di San Pietro ospiterà il secondo appuntamento del progetto Lectio Petri dal titolo “Su questa pietra edificherò la mia Chiesa”. Il ciclo di quattro incontri, promosso dalla basilica di San Pietro, dal Cortile dei Gentili e dalla Fondazione Fratelli tutti è dedicato alla vita e al ministero del santo, nella teologia, nella storia, nelle arti e nella cultura. In questa seconda occasione il tema sarà il Primato di Pietro. Dopo i saluti e l’introduzione del cardinale Mauro Gambetti, arciprete della basilica, tre teologi dialogheranno e si confronteranno tra loro: il professor Dimitrios Keramidas, teologo ortodosso, il professor Paolo Ricca, teologo protestante e il professor don Dario Vitali, teologo cattolico. Modererà la professoressa Cettina Militello, ecclesiologa.

Le letture scelte (Matteo 16, 13-20 sul Primato di Pietro, Giovanni 21, 15-19 sull’apparizione di Gesù sulla riva del lago di Galilea) saranno interpretate dall’attrice Nancy Brilli. L’evento sarà arricchito da intermezzi musicali con brani di Johann Sebastian Bach eseguiti all’organo.

«Nella prossima Lectio Petri andremo alla scoperta dei significati del primato petrino, grazie ai diversi approcci delle principali confessioni cristiane. Ci aiuteranno tre teologi, in rappresentanza del mondo ortodosso, protestante e cattolico – spiega il cardinale Gambetti –. Vorremmo comprendere, come intendere oggi, il primato dell’ultimo posto vissuto dall’Apostolo e come possa esprimersi il tratto materno contenuto nel mandato di Gesù a Pietro, che il primo degli Apostoli ha saputo incarnare».

Mentre il cardinale Gianfranco Ravasi commenta: «Questa seconda Lectio Petri è senz’altro particolarmente suggestiva e significativa, perché, per la prima volta, la basilica di San Pietro – luogo che simboleggia in modo direi assoluto il Primato di Pietro – ospiterà un rappresentante del protestantesimo e uno dell’ortodossia, in dialogo tra loro e con un teologo cattolico su un tema che per le tre confessioni potrebbe sembrare divisivo. Sono convinto, invece, che l’incontro e il confronto tra i protagonisti della serata sarà estremamente arricchente e stimolante: sicuramente è un esempio virtuoso di dialogo ecumenico, che ben rappresenta anche lo spirito del “Cortile dei Gentili”».

21 novembre 2022

La lectio divina alla Traspontina, nel segno di Secondin

Il teologo carmelitano padre Bruno Secondin è morto a giugno dopo una lunga malattia. Ma la sua eredità è rimasta viva: proseguono, infatti, gli incontri di lectio divina nella parrocchia di Santa Maria in Traspontina, da lui ideati nel 1996. Il primo appuntamento del nuovo ciclo di riflessione sulla Parola di Dio, sempre nella chiesa di via della Conciliazione con orario dalle 18.30 alle 19.45, è previsto per venerdì 11 ottobre, con il carmelitano padre Roberto Toni.

Il 25 ottobre sarà la volta di monsignor Andrea Lonardo, direttore del Servizio cultura e università; quindi, l’8 novembre, del cardinale Beniamino Stella, prefetto della Congregazione del clero; mentre il 22 novembre commenterà le Sacre Scritture la biblista Marinella Perroni. Il 13 dicembre interverrà il biblista Marcello Pellegrino; a gennaio, il 10 e il 24, rispettivamente i due teologi Luigi Maria Epicoco e Guglielmo Cazzulani; mentre il 7 febbraio il filosofo gesuita Gaetano Piccolo.

Il 21 marzo ancora padre Toni, l’incontro successivo, il 6 marzo, sarà guidato dalla biblista Rosalba Manes. Il cardinale Gianfranco Ravasi, prefetto del Pontificio Consiglio della cultura, terrà la lectio del 20 marzo; Raniero La Valle quella del 17 aprile; il vescovo Nunzio Galantino, presidente Apsa, quella dell’8 maggio. La conclusione il 22 maggio, con padre Toni.

Per ulteriori informazioni, consultare il sito internet www.lectiodivina.it..

7 ottobre 2019

La lectio divina a Santa Maria in Traspontina con il cardinale De Donatis

Il trecentesimo incontro di lectio divina nella parrocchia di Santa Maria in Traspontina è stato tenuto dal cardinale vicario Angelo De Donatis. Un bel traguardo per l’iniziativa nata grazie all’intuizione del parroco, il carmelitano padre Bruno Secondin, e che è cresciuta di anno in anno soprattutto in termini di partecipazione dei fedeli, che arrivano da ogni parte di Roma.

Nella sua lectio di venerdì 8 febbraio, il cardinale De Donatis si è soffermato su alcuni versetti – dal 13 al 16 – del Vangelo di Matteo, al capitolo 5. «Tra i quattro evangelisti – ha sottolineato il porporato – Matteo è l’unico a usare la parola “chiesa” e ciò mette in luce la sua elevata ecclesiologia. Egli può chiamarsi l’evangelista della comunità cristiana e il suo scritto può dirsi un Vangelo ecclesiale».

Lunga e ricca di spunti la lectio del vicario. «Nelle pagine odierne che vengono scritte nella storia dagli avvenimenti dei nostri tempi – ha detto ancora –, viene sempre a galla il dovere di scegliere per essere. Oggi come ieri i discepoli di Cristo sono chiamati a essere e quindi scegliere di essere ciò che Lui è perché se non si riceve l’essere da Lui come Lui si perde l’essere stesso».

Leggi il testo completo della lectio del cardinale De Donatis

 
Il video della catechesi
https://www.youtube.com/watch?v=5QmpK_c5w3Y

11 febbraio 2019

La lavanda dei piedi a 12 sacerdoti romani

Foto Gennnari

Don Andrea Alessi, don Gabriele Di Menno Di Bucchianico, don Renzo Chiesa, don Francesco Melone, don Clody Merfalen, don Federico Pelosio, don Marco Petrolo, don Pietro Hieu Nguyen Huai, don Matteo Renzi, don Giuseppe Terranova, don Simone Troilo, don Enrico Maria Trusiani. Sono questi i 12 sacerdoti a cui Papa Leone XIV laverà i piedi domani, Giovedì Santo, durante la Messa in Coena Domini che avrà inizio alle ore 17.30 nella basilica di San Giovanni in Laterano.

Undici di loro sono i presbiteri che, lo scorso anno, sono stati ordinati da Papa Leone XIV; don Renzo Chiesa, invece, è direttore spirituale del Pontificio Seminario Romano Maggiore.

Al termine della liturgia, il Papa porterà il Santissimo Sacramento al luogo della reposizione, presso la Cappella di San Francesco.

1 aprile 2026

La imagen símbolo del evento creada por el Padre Rupnik

El Padre Marko Ivan Rupnik – artista, teólogo y director del Centro Aletti – pintó la imagen oficial del X Encuentro Mundial de las Familias, que tendrá su celebración central en Roma del 22 al 26 de junio de 2022. El cuadro, en el que predominan los colores cálidos, tiene un formato de 80cmx80cm y fue realizado con pinturas vinílicas sobre tiza aplicadas sobre madera. El título de la obra es: “Este es un gran misterio”.

El fondo de la imagen es el episodio de las bodas de Caná de Galilea. A la izquierda, los esposos aparecen cubiertos por un velo. El sirviente que sirve el vino tiene el rostro con los rasgos de San Pablo, según la antigua iconografía cristiana. Es él quien descorre el velo con su mano y, refiriéndose al matrimonio, exclama: “¡Este es un gran misterio; y yo digo que se refiere a Cristo y a la Iglesia!” (Ef 5,32). La imagen revela así, cómo el amor sacramental entre el hombre y la mujer es un reflejo del amor indisoluble y la unidad entre Cristo y la Iglesia: Jesús derrama su sangre por ella. «En Caná», explica el Padre Rupnik, «en la transformación del agua en vino se abren los horizontes del sacramento, es decir, del paso del vino a la sangre de Cristo». «Pablo está derramando, de hecho, la misma sangre que la Esposa recoge en el cáliz».

«Espero», subraya el Padre Rupnik, «que a través de esta pequeña imagen podamos entender que, para nosotros, los cristianos, la familia es la expresión del Sacramento» del matrimonio y «esto cambia totalmente su significado, porque un sacramento siempre implica transformación». En el matrimonio cristiano, en efecto, el amor de los esposos se transforma, porque se hace partícipe del amor que Cristo tiene por la Iglesia. En este sentido, el matrimonio tiene una dimensión eclesial y es inseparable de la Iglesia.

Los vídeos con las catequesis y las explicaciones del autor (subtituladas en 5 idiomas) están publicados en la página de YouTube de la diócesis de Roma.

La III edizione della Giornata delle arti

La Giornata delle Arti, promossa dal Vicariato di Roma e giunta alla terza edizione, sarà quest’anno dedicata a Gaza, ferita aperta e domanda rivolta alle coscienze. Nei saloni del Palazzo Apostolico Lateranense – che per l’occasione sarà accessibile gratuitamente per l’intero pomeriggio, a partire dalle 16 di sabato 14 febbraio – le allieve e gli allievi dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico”, dell’Accademia Nazionale di Danza, dell’Accademia di Belle Arti di Roma e del Conservatorio “Santa Cecilia” porteranno in scena la forza del gesto, della parola e della musica. Sarà inoltre presentata un’installazione di Edoardo Tresoldi, frutto di un laboratorio progettato da Caritas Roma. Voci, corpi, immagini e suoni daranno forma a un racconto corale, dove l’arte diventa ascolto e responsabilità. Le esibizioni saranno ripetute in successione in quattro turni, alle 16, alle 17, alle 18 e alle 19.

“Se ci fosse acqua” è il tema scelto per questa edizione. Spiega don Gabriele Vecchione, vicedirettore dell’Ufficio per la pastorale universitaria e cappellano dell’Università La Sapienza: «L’arte è il contrario della narcosi, dell’assuefazione. Arte è svelamento, è imperitura memoria. L’oblio genera mostri, l’assuefazione genera cinismo. Così abbiamo chiesto alle Accademie dell’Alta Formazione artistica, musicale e coreutica di lavorare su quello che le nostre orecchie hanno ascoltato nei mesi scorsi: 64.000 morti, di cui 18.000 bambini. Non bisogna dimenticare Gaza. Il titolo “Se ci fosse acqua”, tratto da un poema di T.S. Eliot, è il desiderio di ogni crocifisso, non dimenticare cioè la sete di chi non ha più nulla».

In particolare, nell’Aula della Conciliazione verrà presentata la drammaturgia “Gaza. Prima del silenzio”, di Francesco d’Alfonso, con gli allievi del primo anno di recitazione dell’Accademia “Silvio d’Amico” Giulio Aymonino, Alberto Deflorian, Emma Fasano, Alice Orlando, Michela Palazzo, Lorenzo Romanazzi, Susanna Tommasi e l’allieva regista Tuva Engblad, diretti da Andrea Giuliano. «“Gaza. Prima del silenzio” è una drammaturgia che racconta in modo struggente il dolore, la distruzione e la resistenza della popolazione di Gaza – dichiara d’Alfonso –. Attraverso la poesia e la musica di autori palestinesi, ma anche attraverso la cronaca internazionale e alcuni estratti del libro “Sudari” di Paola Caridi, i nomi e i volti delle vittime, i loro sudari bianchi e i numeri della tragedia diventano simboli di memoria e responsabilità collettiva. Un invito a guardare, ascoltare e testimoniare: tra silenzi e sospiri, tra perdita e speranza, la parola si fa strumento per fermare la strage e ricordare ciò che il mondo rischia di dimenticare».

Si prosegue nella Sala degli Imperatori con “Holm (Sogno)”, progetto a cura di Dino Verga e Francesca Penzani, con gli studenti del primo biennio della Scuola di coreografia dell’Accademia Nazionale di Danza – Asia Cei, Zhu Chenxi, Chiara Corradi, Laura De Stefano, Giada Guzzo, Gaia Mutalipassi, Chen Zhiheng – e musica di Emel Mathlouthi. Si tratta di un lavoro, spiegano dall’Accademia, che «integra dimensione coreografica e dimensione video, offrendo un contributo originale e consapevole a una riflessione collettiva su una questione di estrema rilevanza per il mondo contemporaneo, quale quella palestinese, affidando al linguaggio della danza e dell’immagine il compito di aprire uno spazio di pensiero, ascolto e responsabilità».

Nella Sala di David sarà invece possibile ammirare “Chi sei tu? Bella domanda”, installazione degli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Roma. L’opera, fatta di parole e immagini che raccontano la realtà, si inserisce nel campo dell’arte relazionale, una pratica artistica che nasce dall’incontro tra le persone. Non si limita alla creazione di un oggetto, ma prende forma attraverso le relazioni e la partecipazione del pubblico che diventa parte attiva dell’esperienza artistica. A differenza dell’arte tradizionale, l’arte relazionale esiste in un momento e in uno spazio precisi, invitando i visitatori a partecipare e a contribuire alla costruzione o, come in questo caso, alla decostruzione dell’opera. Gli spettatori sono invitati a prendere i fogli che compongono l’opera per mantenere la memoria di quanto sta accadendo.

Ancora, la Sala degli Apostoli ospiterà il Conservatorio di Musica Santa Cecilia: Senka Slipać al violino e Vehbija Hodžić alla fisarmonica, entrambi originari di Sarajevo, proporranno brani di Vivaldi, Kosorić e Monti.

Il percorso proposto nella Giornata delle arti si concluderà nella Sala di Daniele, con l’installazione “Fuoco”, a cura della Caritas diocesana di Roma, realizzata dal laboratorio “Immaginare e costruire lo spazio” con Edoardo Tresoldi, a cura di di Chiara Pietropaoli, nell’ambito di “ArtBeat: il cuore della Periferia”, progetto di Caritas Roma rivolto ai giovani per contrastare l’emarginazione sociale e culturale attraverso la pratica artistica. I partecipanti sono stati accompagnati in un percorso di ideazione, progettazione e realizzazione di un’opera collettiva in rete metallica, concepita site-specific attraverso attività concrete, per immaginare nuovi modi di abitare lo spazio, esplorando il legame tra arte, luogo e comunità.

10 febbraio 2026

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